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COLTIVARE LE PERIFERIE

 

COLTIVARE LE PERIFERIE DI MILANO

Fare diventare il cibo uno strumento di welfare sociale per lo sviluppo delle comunità locali

Un cambiamento nel nostro sistema alimentare è un primo passo verso il cambiamento della nostra società 

Forum Europeo per la Sovranità Alimentare

 

Villaggio Nostrale sta coltivando le periferie attraverso diversi progetti di consumo e coltivazione collettiva nelle periferie di Milano. Coltivare le periferie significa: consumare cibo di qualità, per risparmiare, ridurre i rifiuti e stare meglio. 

- Quarto Oggiaro: orti nei condomini delle case popolari con Quarto in transizione

- Barona: un orto comunitario  Ortofficina, e una serra comunitaria per il resinserimento al lavoro Effetto serra

- Gratosoglio: un orto per la diversità e l'integrazione Orto grato

L’orto in città, un tempo sinonimo di abusivismo e povertà, è diventato un raffinato simbolo di coscienza ecologica, ma anche di socialità accogliente. E’ attorno a questo tipo di esperienze che nascono, crescono e si sviluppano al meglio progetti che integrano lo scambio di conoscenze, l’avanzamento pratico di un’esperienza condivisa e la creazione di nuove e coese comunità.

“La partecipazione alla coltivazione di un orto comprende molti altri significati, i cui risvolti non sono soltanto sul piano economico e domestico, ma anche sul piano sociale. Il cibo può diventare uno strumento di welfare sociale per lo sviluppo delle comunità locali” Davide Ciccarese, presidente di Villaggio Nostrale.

 “Per Milano è primario l’obiettivo di riportare l’agricoltura in città e di farla conoscere ai tanti che non hanno contatti con il mondo agricolo. è una grande occasione per chi ama gli orti e vuole dare un contributo all’ampliamento degli spazi verdi vivibili” (Daniela Benelli, assessore all’Area metropolitana, Decentramento e Municipalità, Servizi Civici)

Coltivare un orto collettivo educa a pratiche ambientali sostenibili, risponde all’esigenza di “fare comunità” e offre un’alternativa alle categorie sociali emarginate dalla società moderna. L’orto può costituire un’alternativa su piccola scala alla grande agricoltura intensiva, basata su ritmi di coltivazione innaturali, sull’ampio utilizzo di pesticidi, strumenti atti a conseguire il massimo rendimento per ettaro in termini di produzione. Ma i risvolti positivi in termini ambientali non si fermano al rifiuto della pratica intensiva e alla coltivazione di prodotti sani; gli orti urbani costituiscono un fondamentale polmone verde per le città e contribuiscono spesso al recupero di aree degradate, sporche e abbandonate della metropoli. “Si concretizza quel disegno della città che valorizza la città pubblica nei suoi spazi verdi non solo con obiettivi di cornice, ma anche al fine di garantire attività di partecipazione da parte dei cittadini, favorendo la cura del territorio anche tramite economie di prossimità” (Ada Lucia De Cesaris, assessore all’Urbanistica, Comune di Milano). 

Come accade in molte grandi città, le periferie sono anche le zone della città che presentano una forte vulnerabilità sociale oppure le così dette parti della città dette inner city, dove abitano in prevalenza minoranze e lo stato economico è molto basso. 

In questi ambiti urbani, si concentrano i food-desert, ovvero aree a basso reddito dove un gran numero di abitanti non possono accedere al cibo di qualità. Il modello trainante per combattere i food desert è negli Stati Uniti, dove sono riconosciuti come problemi di disagio sociale

Il modello diffuso di consumo del cibo spazzatura e della povertà viene combattuto con un idea differente, opposta, detta alternative food culture. Le cure sono tutti quegli strumenti, di contatto diretto tra consumatore e produttore (farmer market, CSA, descritti nel capitolo della Grande distribuzione disorganizzata) definiti alternative food network. In altri casi la cura parte dalla riappropriazione della terra e della cultura alimentare e quindi nascono molte City Farm, vere e prorie aziende agricole in città che possono dare lavoro e poi i community garden, luoghi dedicati al verde e alla coltivazione di frutta e ortaggi in gruppo, a beneficio della comunità. 

In America, a causa dei grandi problemi di salute, con la campagna lanciata da Michelle Obama, Let’s Move!, la first lady, ha voluto dichiarare guerra ai food desert di chiarando di voler risolvere il problema in 7 anni. L’amministrazione Obama ha stanziato 400 milioni di dollari per una serie di interventi tra cui molti dedicati a debellare i food desert. 

Le foto di Michelle Obama mentre pianta l’orto nella casa bianca, hanno fatto il giro del mondo. Da allora ciò che già stava accadendo da tempo in tutte le città del mondo, è diventato un tema sempre più in voga, gli orti urbani e l’agricoltura urbana sono tornate di moda. Sono molte le città del mondo in cui nelle periferie viene adoperata l’agricoltura urbana come opportunità economica e di riscatto sociale, come accade ad esempio nei quartieri del Queens e del Bronx. Nel mondo si è diffusa una risposta ai modelli di consumo, agli stili di vita poco salubri e ai modelli di sviluppo in crisi, adottando soluzioni che vedono sempre al centro la terra e il cibo. I valori centrali di questa via di salvezza, sono la coesione sociale, l’abbattimento dell’insicurezza alimentare, la consapevolezza del consumo e l’economia delle relazioni. Fare diventare il cibo uno strumento di welfare sociale per lo sviluppo delle comunità locali diventa obiettivo imprescindibile.

La forza della terra è quella di creare integrazione sociale e inclusione attraverso legami semplici e naturali. Il verde urbano e periurbano permette di migliorare le condizioni di vita di molte persone, lavorando su diversi temi: la disabilità, le marginalità sociale, le difficoltà economica e il disagio sociale. La terra diventa la chiave di volta per dare vita ad un modello sviluppo economico fatto di relazioni e di fiducia tra le persone. Gran parte della partita sulla sovranità alimentare verrà giocata tra i palazzi e le piccole aree verdi.Nel 2050 nelle città abiteranno 3,5 miliardi di persone in più, seocndo fonti FAO, e l’unico modo possibile di poter pensare alla sovranità alimentare degli abitanti urbani è quella di avere più spazi dedicati alle coltivazioni.

 

 

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